Consulta per lo Statuto: un fallimento annunciato

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Ha compiuto in questi giorni due anni la legge istitutiva della Consulta per lo Statuto speciale per il Trentino-Alto Adige. Riscrivere uno Statuto d’autonomia, pardon, fare proposte per la riscrittura di uno Statuto di autonomia non è un compito semplice. Infatti la legge prevedeva che la Consulta chiudesse dopo un anno di lavoro, che non è poco. Ma siccome le leggi provinciali sono sempre molto elastiche e comprensive per chi le fa, ecco che era prevista anche un’eventuale proroga puntualmente sfruttata raddoppiando i tempi fissati all’inizio.

E i tempi sono rivelatori per l’attività della Consulta. È stata istituita per creare in Trentino un clima favorevole alla riforma costituzionale Boschi-Renzi, che era stata da poco presentata alle Camere. Lo riconosceva la legge stessa: la Consulta, dice l’articolo 1, doveva lavorare “in relazione ai processi di riforma costituzionale in corso”. La maggioranza PD-PATT-UPT dava per scontata la vittoria del referendum di Renzi, malauguratamente respinto dagli (ingrati) elettori. Non è stato corretto, possiamo dirlo adesso e lo dicemmo allora, non è stato rispettoso verso la nostra autonomia subordinare la procedura per la riforma dello Statuto agli interessi del governo PD a Roma, e senza neppure previe garanzie.

Ma i tempi della Consulta erano sfasati anche rispetto a Bolzano, dove era stata creata una Consulta ad hoc, chiamata Convenzione, già diversi mesi prima. La molto reclamizzata alleanza fra la SVP e il PD-PATT-UPT non tiene quando si passa dalle parole che non costano nulla ai solidi interessi del territorio. A una Consulta regionale, assieme cioè al Trentino dei suoi alleati, la SVP non era interessata. Così come non era interessata a questo o quel governo romano (infatti nella legge bolzanina nemmeno si citava la riforma costituzionale in corso) bensì a portare in capo alla Provincia quante più competenze possibili (o a dare il titolo di ‘esclusiva’ a tutte quelle già provinciali).

Ci siamo sentiti in dovere di richiamare brevemente alla memoria dei cittadini magari distratti da altre cose la non felice origine politica della Consulta perché adesso che due anni sono trascorsi ci pare sia in atto l’ennesima mistificazione attorno a quest’organo temporaneo.

Era stata annunciata fra proclami di patriottismo autonomista; erano state fatte le nomine e le selezioni delle componenti corporative fra applausi, sorrisi e passerelle. Un tripudio di foto sulle prime pagine dei giornali locali; un servizio televisivo dopo l’altro sulle emittenti trentine, le quali officiavano ogni cerimonia: l’elezione del Presidente, la prima seduta, la prima audizione, le emozioni dei partecipanti, i volti seri di chi esaminava le carte.

Ad essere sinceri però, mai abbiamo avuto l’impressione che questa abbuffata mediatica sia riuscita, neppure per istante, a creare nella comunità trentina un’autentica passione o almeno un autentico interesse. I trentini sono rimasti diffidenti: sia perché era poco credibile che la maggioranza provinciale volesse per davvero, come diceva, coinvolgere la società nel processo di riforma, visto che fino ad allora aveva sempre cercato di coinvolgerla il meno possibile; e sia perché probabilmente già si presentiva che la cosa non sarebbe arrivata a buon fine.

Ora che questo si è avverato, ora che il processo di riforma dell’autonomia si avvia a ingloriosa chiusura, adesso la mistificazione sarebbe che di tutto ciò nessuno voglia assumersi la paternità politica. L’elaborato della Consulta, quando ci sarà, deve infatti essere esaminato e approvato (o modificato) dal Consiglio provinciale. Poi il Consiglio Provinciale deve armonizzare il suo progetto di riforma con il progetto approvato dal Consiglio di Bolzano. Poi deve dare il beneplacito il Consiglio regionale che trasmette il progetto unificato alle Camere a Roma. Tutto questo, teoricamente, entro ottobre 2018. Fino all’ultimo i tempi risultano sfasati.

Noi del Movimento, all’epoca, avevamo quasi in solitudine fatto presente che un procedimento partito male, senza urgente necessità e senza chiari obiettivi, era necessariamente destinato ad arrivare peggio. Era facile capire che un’iniziativa ritagliata sui disegni renziani, sarebbe dipesa in tutto e per tutto dai successi o dagli insuccessi di quest’ultimo.

Il Presidente del Consiglio provinciale Dorigatti riceverà così prossimamente fra le mani un documento senza futuro. Chissà se gli attuali candidati del PD-PATT-UPT per il Parlamento condivideranno con lui e con i vertici locali dei loro partiti il fallimento di un’impresa tanto reclamizzata all’inizio quanto a rischio oggi di essere fatta passare silenziosamente nel dimenticatoio come se niente fosse. Certo è che alla consegna del documento finale della Consulta ci saranno meno gomitate di due anni fa per entrare nelle foto ufficiali.

Decisamente la nostra autonomia merita di più. Anche in sobrietà.

NOTA. Quanto detto fin qui è parte di una riflessione politica e non tocca minimamente il lavoro degli esperti, interni o esterni, chiamati a dare un contributo alla Consulta. Molti di loro hanno svolto un lavoro tecnico-settoriale di tutto rispetto.

Consulta Statuto Autonomia

Corriere del Trentino, 10 febbraio 2018


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