Credito cooperativo, una riforma da correggere necessariamente

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Entro maggio ogni banca di credito cooperativo sarà obbligata a sottomettersi a una capogruppo, una SpA che potrà esercitare invasivi poteri di coordinamento e controllo. Quella della bcc è una strana riforma, che impatterà significativamente sulle piccole banche del nostro territorio, ma anche sui loro clienti tipici (famiglie e pmi), una riforma di cui stranamente si sente parlare poco.

Secondo gli intenti, serviva a rendere più resistente il credito cooperativo dal punto di vista patrimoniale, tenuto conto delle difficoltà giuridiche a immettere capitale di rischio in caso di crisi di tale tipologia di banche. In realtà, per irrobustire il sistema dal punto di vista patrimoniale poteva bastare un meccanismo di protezione reciproca, un fondo di protezione istituzionale, da utilizzare nei caso di crisi, soluzione adottata in Germania. Avrebbe lasciato le banche più autonome e conservato il loro radicamento nei territori di riferimento. Le banche di credito cooperativo sono un  importante volano di sviluppo: sono banche che raccolgono in un territorio e per legge sono obbligate a reimpiegare i capitali in quello stesso territorio, a favore di famiglie e piccole e medie imprese.

Ma allora perché questa scelta “italiana”? Rafforza o indebolisce il credito cooperativo? Sono domande senza una risposta certa. O meglio, tutto ciò ha una spiegazione, ma non incrocia gli interessi dell’Italia e del credito cooperativo, che con questa riforma sarà e opererà in modo più simile a tutte le altre grandi banche.

Il progetto iniziale era centrato su un gruppo unico nazionale e ha avuto quali alfieri anche autorevoli esponenti del sottosistema trentino, cui notoriamente sarebbero stati affidati (per qualche anno?) ruoli di potere. Tuttavia il dissenso della base dei cooperatori e di numerose bcc ha rifiutato la nascita di un polo unico e ha portato alla nascita di tre poli: il polo nazionale ICCREA, il polo nazionale Cassa Centrale Banca e il polo di taglio provinciale delle sole bcc altoatesine.

Per il Trentino questo é positivo, ma non sono scongiurati gravi pericoli: la “riforma” produrrà i suoi danni, impattando sul modo di fare banca dei piccoli intermediari nel loro territorio, creando dei manager autoreferenziali nella capogruppoInoltre, una volta costituito, il gruppo CCB (al contrario di quello altoatesino) passerà sotto la vigilanza BCE. Diversamente da quanto accaduto in altri contesti (Germania), dove la vigilanza domestica è stata difesa a spada tratta, la controriforma tutta italiana sacrifica l’interesse nazionale che dovrebbe essere attento alla persistenza e allo sviluppo delle piccole banche, partner insostituibile del nostro sistema produttivo.

Il passaggio sotto la vigilanza BCE da subito comporterà l’effettuazione di una analisi sistematica di tutti gli attivi con conseguente probabile richiesta di incrementi patrimoniali. Dell’opportunità potrebbe beneficiare qualche gruppo straniero, soprattutto per aumentare la propria quota nel mercato italiano. In effetti le bcc costituiscono da sempre un agguerrito competitor per i grandi istituti, specie per quelli di emanazione estera. Sono intermediari vocati ai mercati locali, rivolti alle famiglie e alle pmi, radicati nella parte economicamente più sviluppata d’Italia. Per i gruppi esteri, quale occasione migliore della possibilità di contribuire al rafforzamento patrimoniale richiesto dalla BCE ad una società per azioni (la famigerata capogruppo) scalabile dall’esterno, per affacciarsi senza fatiche sui territori più ricchi d’Europa tra Veneto, Lombardia e Trentino?

L’Italia poteva scegliere diversamente. La Germania si tiene ben stretta la propria vigilanza su un numero significativo di banche, mantiene vitale il sistema delle piccole banche (ben 1500, contro le circa 370 bcc italiane…). Noi al contrario le unifichiamo e le spediamo (a cominciare dal gruppo CCB) dritte sotto lo sguardo severo della BCE. Quest’ultima ha sempre mantenuto un atteggiamento duro nei confronti delle banche italiane, penalizzandole a vantaggio dei concorrenti francesi e tedeschi. Da sempre non vede i rischi finanziari legati a derivati e ai titoli illiquidi, abbondanti nei bilanci delle banche tedesche e francesi. Questi rischi sono stati la causa della crisi, stranamente però sempre sottovalutati dalla BCE, concentrata sul rischio di credito che, dopo la recessione profonda che in Italia abbiamo vissuto non può che essere cresciuto nelle banche dedite all’attività tradizionale (piuttosto che alla finanza speculativa).

Attenzione però, le grandi banche francesi e tedesche, rifocillate di fondi europei sono pronte alla frontiera, in attesa dell’occasione propizia. Come è già accaduto con diverse banche italiane già acquisite da banche francesi. Con  la complicità silente o l’incompetenza della politica, a farne le spese potrebbero essere anche le banche del territorio, da sempre vero (e forse dimenticato) volano di sviluppo nei distretti economici. Ci sarebbe bisogno di correggere la “riforma” in più punti cruciali. Per esempio salvaguardando quanto più possibile l’autonomia delle singole banche dalla “loro” capogruppo, oppure prevedendo la non ricandidabilità degli amministratori dopo un certo numero di mandati.

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Corriere del Trentino, 11 gennaio 2018


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